L'albero di Natale.



All'inizio era solo il presepe con le vecchie statuine di famiglia. Lo preparavo con il babbo dopo aver raccolto il muschio fresco in una valletta di Città Alta; lo utilizzavamo per fare il tappeto erboso e per ricoprire la "grotta".

Quest'ultima aveva lo scheletro di piccoli ceppi di legna, ricoperti per l'appunto con il muschio, addossata al muro con, alle spalle, un foglio di carta da zucchero, punteggiato da piccole stelle di stagnola, e tutt'attorno il paesaggio composto da casette di sughero e i vari personaggi tipici del presepe: pastori, pecorelle, la donna che attinge l'acqua dal pozzo, il fabbro ferraio che batte sull'incudine e via di seguito.


Le toglievamo da uno scatolone dove erano avvolte da carta di giornale per evitare la rottura dei particolari più fragili. Erano costruite con cartapesta e gesso, dipinte con cura. Le pecorelle nelle diverse pose: mentre brucavano o accucciate per terra, altre al seguito del pastore che ne portava una sulle spalle.  I contadini che si avvicinavano alla grotta con la lanterna in mano, le donne con i cesti ripieni di doni. Gli asinelli trainati per le redini accanto ai pastorelli. Gli immancabili zampognari. L'umanità semplice della campagna. 

L'unica cosa che mancava era l'illuminazione, ma il babbo diceva sempre che a quel tempo non esisteva l'elettricità!

Poi una sera, all'inizio degli anni cinquanta, arrivò a casa con l'albero di natale: una cima di abete alta poco più di un metro da mettere in un vaso, fissandola con pietrisco, sempre ricoperto da muschio, per renderla stabile.

Non avevamo addobbi in casa per ornare la chioma dell'abete e, pertanto, aguzzammo l'ingegno per inventarceli.

Mandarini al posto delle palline di vetro colorate, zuccherini, quelli portati da Santa Lucia, per riempire gli spazi vuoti e piccole candeline, quelle che oggi si utilizzano sulle torte nei compleanni, con alla base fermagli da attaccare qua e là sui rami più esterni. Null'altro ma, per noi ragazzi, sembrava il più bel albero mai visto. Sulla punta prendemmo a prestito la stella cometa del presepe: L'avremmo restituita per l'Epifania.

Lo mettemmo accanto al presepe e l'insieme occupava mezza parete del salottino.  Nonostante la forte tentazione di assaggiare qualche zuccherino, la composizione durò sino all'Epifania.

La sera della vigilia di Natale mio padre informò la famiglia che, dopo la messa di mezzanotte, avrebbe acceso le candeline e che all'operazione era necessario prestare un'attenzione particolare per non incendiare i rametti dell'albero. Ci fece entrare a luci spente con l'albero illuminato dalle deboli fiammelle delle candeline e fu uno spettacolo meraviglioso, i riflessi delle lucine tremolanti facevano brillare gl'involucri degli zuccherini e l'arancione dei mandarini.

Il giorno di Natale ripetemmo la stessa operazione alla presenza dei nonni ospiti a pranzo, ma alla luce del  giorno l'effetto delle luci della notte precedente non si ripeté.

Quell'albero di natale rimase nell'immaginario collettivo della famiglia anche in seguito quando negli anni successivi, organizzandoci meglio, gli addobbi furono acquistati; l'albero dei mandarini e degli zuccherini rimase memorabile.

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